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LANGOLO DI R.B.H. (Rigid
Body con Handicap) |
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Il Maestro |
Conosco poche figure che passano dagli altari alla polvere e viceversa
come i maestri di golf.
Già il termine “MAESTRO” piuttosto che allenatore o
insegnante evoca tenutari di segreti trasmettibili solo sul letto di morte,
tipico dei maestri d’ armi o samurai con capelli grigi che sussurrano
ai loro allievi preferiti formule magiche o filosofie di vita da tramandare
ai posteri.
Comunque, per quanto mi riguarda, il maestro passa con molta facilità
da punto di riferimento, quasi di dipendenza, a “signora Rottenmeier”
di Heidi capace di toglierti la effimera felicità del momento con
uno spostamento della mano di pochi millimetri, per poi ritornare ad essere
il benefattore candido senza macchia e senza paura allorché quella
pallina bastarda segue una traiettoria accettabile.
Solitamente la cronologia degli avvenimenti parte con la fine della lezione.
In quel momento, penso che anche molti pro si sentano dei terza categoria;
abbiamo appena scoperto di avere mille difetti e di essere lontani anni
luce dalla quasi perfezione che solo un’ ora prima ci apparteneva.
A questo punto, la frase più ricorrente sussurrata al maestro fra
i denti è: “ti faccio vedere io se non sono capace di mettere
a posto quelle due cavolate che mi hai trovato; cosa vuoi che sia se la
mano destra stava sopra la sinistra e non viceversa!!! (o macroerrori
del genere inseriti da noi tra una lezione e l’ altra)”.
Dopo di che si iniziamo a tirare 1000 rattoni terrificanti con frequenze
da orologi atomici (100 colpi al minuto o più) e ci abbandoniamo
alla disperazione con la scusa “non riesco a praticare, sono troppo
stanco e la mia memoria muscolare è stata rivoltata come un calzino”.
Nelle settimane che seguono, lavoriamo come se stessimo preparando la
carta per il Tour americano, solo sul difetto che è stato rilevato
creando bestialità tecniche nel restante 99% del movimento, da
codice penale islamico.
Per stranissime congiunzioni stellari e combinazioni statistiche che si
ripetono ogni passaggio della cometa di Alley o ogni scudetto dell’
Inter, riusciamo a tirare palline con traiettoria accettabile.
E’ in questa fase che il maestro si rivela come l’ arcangelo
Gabriele che annuncia la maternità a Maria; diventa improvvisamente
il tenutario della verità assoluta e si pensa già a fotografie
sui giornali con coppe gigantesche in mano e ad interviste in cui si ringrazia
pubblicamente per le vittorie ottenute. Si corre quindi a prenotare la
lezione successiva con frasi tipo: “avrei bisogno un’ ora
per la consacrazione definitiva a giocatore scratch” oppure “dovrei
parlarti, sai se hai bisogno di un aiuto per le lezioni, io ci sono”
o amenità del genere.
Ci presentiamo quindi dal maestro con una espressione da Lee Van Cliff
in un film di Sergio Leone aspettando solo la frase “fammi vedere
qualche tiro”. Così tiriamo il nostro primo ferro 7 bello
dritto, guardiamo con aria di sfida il maestro che sorridendo replica:
“hai lavorato molto negli ultimi tempi eh? sei riuscito a giocare
almeno una volta dall’ ultima lezione?” .
Il mito crolla, la bella diventa la bestia, ritorniamo con i piedi sulla
terra (spesso sporca di guano) e ricominciamo a praticare “a capo
chino”. L’ unica cosa positiva è che di certo non avremo
per un po’ il difetto di alzare la testa. |
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