Per il giocatore della domenica, “Course management” dovrebbe
avere come traduzione “umiltà”.
Capita spesso di trovarsi
a cercare il green con colpi dalla traiettoria più simile alle
più ardite “montagne russe” che a semplici draw o
fade. La casistica dei colpi impossibili ha uno spettro di opzioni quanto
meno oceanica; ci sentiamo tutti Severiano Ballestreros quando ci troviamo
a gattoni in un cespuglio con in mano un legno 3 o quando con tanto di
mute da palombaro proviamo a scodellare una palla sommersa in mezzo metro
d’acqua. Ma questo fa parte del quotidiano nutrimento del nostro
ego e sinceramente non penso siano i casi più dannosi in quanto
rari.
I colpi che ci differenziano da serafici giocatori che guardiamo
con sufficienza quando li lasciamo 30 metri indietro sul drive e che
ci ritroviamo sbalorditi a osservare sul tabellone dei risultati, appunto
30 metri, davanti a noi, derivano spesso dal loro “corse management” che
appunto ha come traduzione “umiltà e buon senso”.
Un passo di importanza epocale sarebbe già quello di usare la
testa con il drive: è altamente controproducente rischiare un
colpo con il “legno 1”, sebbene composto di titanio carbonio
e pietre lunari, per arrivare a tirare al green (sempre di non essere
dietro una pianta, in uno stagno o nel giardino della villetta a bordo
campo)dai mefitici 50 metri; tale colpo infatti è per me uno dei
più bastardi esistenti: psicologicamente, se non a meno di 1 metro
dalla bandiera, ha un effetto rebound degno del più sintetico
ecstasy, dalla euforia massima di un drive dritto e lungo alla depressione
più nera per non essere riusciti a fare “solo” 50
metri dritti.
E’ certamente più intelligente un simpatico
legnetto 5 dal tee ed un secondo colpo “più umano” sotto
due aspetti: primo, il colpo avviene dal fairway e secondo si ha in mano
un comodo ferro 7 da tirare pieno (colpo battesimale per ogni neo golfista
e che quindi abbiamo tirato sino ad ora almeno mille volte) che non farà grossi
danni sia agonistici che psicologici. Senza andare per il sottile ricordandoci
che già prendere il green è un successo (purtroppo raro)
e che quindi “fire to the flag” è quasi sempre sinonimo
di un conseguente “approccio impossibile”, è utile
valutare bene alcune situazioni che potrebbero essere un buon punto di
partenza per limare questo benedetto handicap.
Per esperienza personale,
qualche mese fa ho giocato 18 buche con il solo ferro 5 e il putt. Beh
ne ho tirati 89, risultato che a volte faccio fatica a spuntare con 14
ferri. Senza girare il coltello nella piaga ricordando gli effetti funesti
del drive, che in molti casi significa partire da un bel + 14 sul giro,
essendo obbligati al sistematico lay-up, basta pensare a quanto sia comodo,
sebbene stilisticamente brutto da vedere, un bel ferro 5 a correre da
100 mt (un suo grande ammiratore è Nick Price: “se la palla
non vuole volare, fatela rotolare!”) o quanto sia privo di pericoli
provare a giocare un par 5 con tre ferri piuttosto che drive, legno e
wedge, intervallati però da colpi di mancina e putt da sotto i
cespugli…
In definitiva, il giro sotto gli 80 colpi, è abbastanza
dietro l’ angolo; basta lasciare nell’ armadietto solo i
valori e le chiavi della macchina e non anche il cervello. Spesso ci
sentiamo come un Superman che, uscendo dalla cabina telefonica vestito
con mantello e tutina, è dotato di super poteri. Lo stesso per
noi, vestiti come Els o Mickelson ci sentiamo alla loro altezza, confondendo
nella nebbia della nostra più alta autostima i nostri veri limiti
e valori golfistici.
Sul tee della 1 sicuri di “spaccare il campo” iniziamo
un calvario che ci porta, nel giro di poche centinaia di metri a trattenerci
per non spaccare quel benedetto drive…
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